(10 – 13 aprile 2018)

matra panorama

10 aprile 2018

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Un volo di un’ora e mezza ci permette di coprire gli otto, novecento chilometri tra Milano e Bari, ed eccoci qui. Recuperiamo una Panda a noleggio e ci avviamo subito verso Matera. Unica tappa intermedia, Altamura, che subito ci affascina con i suoi palazzi rinascimentali in tufo bianco, i decori che ricordano la pietra leccese, una splendida cattedrale romanica e un goloso e ricco aperitivo in piazza.

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Poi, Matera: un presepe di case bianche che sembrano scaturire una dall’altra, in un disordine ordinato, una gestione dello spazio estrema e geniale insieme.

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Ci fermiamo alla Locanda San Martino: capiremo poi che è costituita da una serie di “sassi” recuperati e convertiti in stanze d’albergo, nelle quali sono state inserite le comodità moderne (in sintesi, i servizi) senza stravolgere il loro aspetto originale.

conchiglia.PNGCi viene assegnata la camera “della conchiglia”, una grotta scavata nella sabbia di cui è costituita la montagna, con una sola, piccola finestra e qualche presa d’aria (queste bellissime, a forma di fiori).IMG_1207
A room with a view, visto che si affaccia sui sassi, e in alto riconosciamo la parte alta della Cattedrale.
Appunto, i sassi. Cosa sono? Non sono pietre, come sembrerebbe suggerire il nome, sono vere abitazioni che, a partire dell’anno mille circa, gli abitanti locali hanno ricavato “per sottrazione”, scavando nella roccia le grotte dove vivere.
Nello spazio di una stanza viveva una famiglia, in genere molto numerosa, insieme con gli animali. Se questa promiscuità poteva essere accettata fino a un certo momento storico, nel 1952 viene definita “una vergogna per l’Italia” dal ministro De Gasperi, che orina l’evacuazione della popolazione dai sassi, e l’inizio di una lunga ristrutturazione degli spazi.IMG_1216.JPG
Naturalmente chi abitava nei sassi si è spostata con grande entusiasmo, visto che venivano loro offerte abitazioni con servizi, aria e luce. In parallelo, il lavoro di recupero si rivelava estremamente difficile e costoso, e continua lentamente fino al 1986, quando il governo allora ìn carica assegna a Matera un miliardo di lire e coinvolge i privati. Questi accettano di ristrutturare i sassi, nel pieno rispetto della loro origine, con un contributo a fondo perduto del 50%, mentre il rimanente 50% viene considerato come un affitto anticipato.
Tutto questo ci viene illustrato da Raffele (3334563440), la nostra guida, che ci viene a prendere all’albergo, e ci porta su e giù per Matera per circa quattro ore, senza accusare la minima stanchezza, anzi, sempre più entusiasti.
Ci troviamo nel Sasso Barisano, così chiamato perché rivolto verso Bari, e da qui inizia la nostra visita. Le prime osservazioni generali vogliono spiegare l’architettura ingegnosa di questa città, i cui abitanti hanno saputo ricavare abitazioni scavando nella tenera sabbia. Le case sono letteralmente impilate una sull’altra, con lo spazio per camminare, così che la strada che percorriamo altro non è che il tetto della casa sottostante.
Il problema più importante in queste abitazioni è l’approvvigionamento idrico, che si basa solo sulla pioggia: quindi ci sono ovunque canali fatti di terracotta per canalizzare l’acqua piovana dentro a capienti cisterne che fanno il valore della casa. Pur senza acqua corrente, le case erano attrezzate da una sorta di lavello dove utilizzare l’acqua stessa. Nelle strade e nelle scale (non dimentichiamo che Matera è una città tutta in salita) i canali di scorrimento dell’acqua erano scrupolosamente divisi tra quelli per l’acqua pulita, da bere e cucinare, e IMG_1253.JPGquelli per i rifiuti liquidi, inclusi quelli degli uomini e degli

animali.

Incontriamo subito l’edificio che ospiterà la sede di Matera 2019, città della cultura. Dopo pochi metri facciamo una delle tappe più suggestive: due chiese rupestri, ovvero due luoghi di culto scavate proprio come le case. La chiesa della Madonna della Virtù è particolarmente suggestiva per la sua grandiosità: tre navate, le colonne, una piccola abside (con un decoro più recente), sembra incredibile che sia stata realizzata con la sola forza delle braccia.La seconda chiesa, intitolata a San Nicola dei Greci, della quale buona parte si è perso, e comunque molto più rozza, conserva alcuni affreschi bizantini, straordinariamente interessanti per il punto d’incontro tra i simboli del culto ortodosso con quello della tradizione cattolica.

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Sull’altro lato della strada ci affacciamo sulla profonda gravina, in fondo alla quale scorre un fiume di portata limitata ma, pare, sempre attivo, mentre sulla parete opposta si vedono bene le aperture scavate nella terra, un tempo abitazioni, alcune diventate chiese rupestri, e oggi usate dai pastori come ricovero degli animali.

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Continuiamo la nostra passeggiata con l’osservazione dei sassi ben restaurati, ma ancora testimoni preziosi e inalterati delle loro caratteristiche di partenza. Una porta, una finestra, una stanza, prese d’aria con forme gentili per favorire il ricambio d’aria e contenere l’umidità. Tutto questo è ancora riconoscibile anche dove le singole unità sono state unite per creare soluzioni abitative ampie e comode, oltre che sane.
Un ulteriore aspetto che, man mano che si osserva, emerge da questa strana logica di costruzioni, è la non chiusura tra una casa e l’altra, anzi, le porte sembrano essere in una posizione tale da relazionarsi con quante più famiglie possibile. Il sistema, meno casuale di quanto non sembri, è chiamato giustamente “vicinato”, e rappresenta la relazione forte e stabile tra tutti i materani.

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Nel corso della visita vediamo la “Casa grotta” un esempio di come si viveva fino al 1852: vediamo una stanza dove predomina un letto matrimoniale alto e imbottito, un piccolo tavolo e una miriade di accessori per la casa e la cucina. La casa offriva ospitalità a tutti gli abitanti e i loro animali: il mulo, i conigli, le chiocce, i pulcini …una promiscuità persino difficile da immaginare. Eppure era quella la vita di molte persone.


Vicino alla casa grotta sorge la chiesa di San Pietro in Caveoso, notevole per il bel soffitto ligneo dipinto con figure religiose.

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Dopo l’arrampicata per i Sassi raggiungiamo la vetta della montagna, e raggiungiamo la Matera moderna, quella nata nel 1700, che oggi offre un bel corso pedonale con molti negozi per lo shopping.
La prima tappa è piazza Giovanni Pascoli, dove c’è la bella sede dell’antico ginnasio, oggi sede museale anche per tante opere dipinte da Carlo Levi durante il confino.

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Procediamo fino alla piazza del Sedile, dove una volta si riunivano i saggi del luogo per prendere le decisioni più difficili, e arriviamo alla piazza Vittorio Veneto dove si affaccia la bella facciata barocca di San Domenico.

Forse l’attrazione più rilevante della piazza, e lo è di sicuro per le dimensioni, è il cosiddetto “Palombaro Lungo”, ovvero quello che resta di una enorme cisterna che, un tempo, riforniva d’acqua tutta la città nuova. Noi ci affacciamo solo sulla profondità di questa cisterna, nella quale si può scendere grazie a una passerella, e verificare le tracce lasciate dall’acqua nei secoli.IMG_1311
Da questa piazza, grazie a un terrazzo creato apposta recentemente, si gode un magnifico panorama sul Sasso Barisano, e a questo punto siamo in grado di orientarci rispetto a quanto visto durante la passeggiata, e di capire la logica primitiva ma geniale con cui si è costruita questa città. La terrazza, aperta verso il cielo, ci offre anche il panorama del volo vivace degli uccelli: per la prima volta quest’anno rivedo le rondini e ne ascolto il verso inconfondibile e gioioso. Raffaele ci fa notare un altro abitante dei cieli, tipico di quest’area, il falco grillaio, piccolo, elegante e colorato.


L’ultima tappa della nostra visita è riservata alla stupenda chiesa di San Giovanni Battista, un capolavoro bizantino con forti toni arabeggianti. La facciata, che in realtà è una parete laterale, accoglie i fedeli attraverso il portale intagliato come un pizzo.

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La giornata si conclude perfettamente all’Osteria Pica, dove ci vengono servite specialità locali indimenticabili come il pane di Matera, dalla crosta croccante e l’interno morbidissimo, e i peperoni cruschi, una preparazione dell’ortaggio che lo rende leggero come una carta velina e delizioso al palato.

 

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11 aprile 2018
Lasciamo Matera, che avrebbe meritato altro tempo, non senza fare una sosta nella zona panoramica dall’altra parte della gravina, da dove si gode una visione d’insieme della città restaurata, della parte ancora originale e della natura intorno.


Ci avviamo verso sud, in direzione del golfo di Taranto, per dare un’occhiata alle tavole Palatine. Sorgono in mezzo alla campagna, in un giardino a loro dedicato, e sono purtroppo poco conosciute e poco visitate. Sono quanto rimane di un tempio greco dedicato alla dea Hera, due filari paralleli di colonne corinzie molto ben conservate, ancora maestose e affascinanti, mentre si stagliano contro il cielo azzurro. Si dice che qui fosse la tomba di Pitagora.


Visita rapida, ci rimettiamo subito in viaggio. La meta successiva è il mare Adriatico, poco sotto Bari. Per errore percorriamo un pezzo di autostrada, ma a Gioia del Colle decidiamo di uscire e percorrere la strada statale, forse meno veloce, ma senz’altro più interessante. Rapidamente ci rendiamo conto di essere proprio nel posto giusto al momento giusto: siamo in un’area di coltura delle ciliegie “Ferrovia”, un’area che si dipana per chilometri e chilometri, da Gioia del Colle a Conversano. Intervallati agli ulivi e alle ricche fioriture di colza e papaveri, i ciliegi sono in piena fioritura, e ci regalano lo spettacolo di nuvole bianche che corrono ai lati della strada.

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Passiamo Turi e Conversano, cittadine che hanno senz’altro un bel centro storico, ma rovinate da un’edilizia moderna priva di ogni bellezza e di equilibrio.
E finalmente arriviamo al mare. Siamo a Polignano a Mare, il paese famoso per l’altissima scogliera dalla quale è possibile tuffarsi (per i coraggiosi che si sentono di cimentarsi). E’ un borgo piccolissimo, ma molto carino, con case di un bianco accecante come si trovano in Salento, vicoletti pulitissimi che serpeggiano in mezzo, e come sottofondo il rumore costante della risacca. Ci godiamo il sole e lo spazio aperto fino all’orizzonte, prima di ripartire in direzione di Trani.

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Anche Trani è sul mare e ricorda un po’ le città greche dominate da Venezia. Dietro il porto, palazzi settecenteschi e dimore storiche di grande prestigio, finestre grandi e terrazzi. Solo un piccolissimo gruppo di casette dalla forma semplicissima del parallelepipedo, raccolte tutte insieme spezza questa eleganza. Nell’area immediatamente dietro il porto i palazzi storici sono quasi uno dopo l’altro, intestati a famiglie ricche o nobili della zona, spesso convertiti alla funzione di ricevere ospiti, e raccogliere così le risorse per la manutenzione dei palazzo stessi.
La nostra scelta cade proprio su uno di questi: alloggiamo a palazzo Bianchi, uno stabile del 1700 appartenuto al barone Bianchi, passato poi di proprietà della chiesa, e infine della famiglia che lo gestisce ora anche come albergo. Ci viene assegnato un appartamentino, piccolo, essenziale, ma molto curato e comodo, con affaccio sul cortile del palazzo e accesso al bel giardino interno.

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Facciamo subito una passeggiata e percorriamo il semicerchio che abbraccia il porto, dove le barche a vela e i piccoli motoscafi sono raccolti nel centro, mentre intorno al perimetro ormeggiano i pescherecci. Una passeggiata panoramica con lo sguardo perso sul mare, che ci porta verso il Giardino Pubblico, bel parco curato dove, grazie a una leggera sopraelevazione, si abbraccia con lo sguardo tutta la baia.

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Rientriamo verso il centro e percorriamo le strade interne.
Sbirciamo cortili con piante rigogliose e vecchie carrozze, sono quasi tutti convertiti in strutture di accoglienza, affinché il proprietario trovi le risorse per l manutenzione.
Nella città vecchia è piacevole camminare, tra vecchi palazzi e chiese, per di più romaniche, salvo qualche esempio barocco.
Colpiscono alcuni aspetti. Gli uffici giudiziari sono numerosissimi e occupano davvero molti spazi: tribunale, procura, archivio di stato, corte d’appello, insomma anche se siamo in un piccolo paese, è evidente che siamo davanti a una sede importante, che si occupa di cause importanti.

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Esiste un definito quartiere ebreo, chiamato Giudecca, dove si possono riconoscere ben due sinagoghe. Una, oggi convertita a chiesa cattolica intitolata a S. Anna, era la sinagoga più grande d’Europa. La seconda, più piccola e raccolta, di luminosa pietra bianca, ancora svolge le sue funzioni.
Verso sera, i pescatori rientrano e mettono in mostra il loro ricco pescato su semplici banchi appoggiati sulla terraferma, proprio davanti alla loro barca. Pesce vivo, letteralmente, pronto alla vendita: paranza per fritto e zuppa, gamberi rosa, polpi e moscardini, molte rane pescatrici, una bella cesta di acciughe, qualche scorfano rosso e piccole triglie rosa. L’abbondanza e la freschezza sono una garanzia per quanto ci aspettiamo di gustare a cena.

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E proprio per la cena ci concediamo un lusso: scegliamo un ristorante lussuoso, Le Lampare al Fortino, con ottime recensioni, e non rimaniamo delusi. Cibo e vino sono strepitosi! Gustiamo il vero sapore del mare. Forse qualche critica potrebbe essere riservata all’estetica del locale, troppo scintillante per i miei gusti, ma poco importa.
Dopo cena, un ultimo sguardo alla suggestiva cattedrale illuminata, nel suo tenero color rosa, che sembra sorgere direttamente dall’acqua.


12 aprile 2018
In mattinata concludiamo la visita a Trani, una breve perlustrazione nelle strade he non avevamo ancora percorso. Diamo un ultimo sguardo alla Cattedrale nella luce del mattino, e soprattutto facciamo una piccola scorta di prelibatezze locali: taralli ai diversi aromi, e una fetta di soffice focaccia pugliese al pomodoro, che gusteremo a pranzo.
Riprendiamo l’auto e andiamo verso Bari, dove arriviamo comodamente con la strada statale. Bari si presenta come una città piuttosto disordinata, inflazionata di palazzoni anonimi e sproporzionati alla dimensione delle strade. Proprio a causa di questo disordine, riteniamo una fortuna aver prenotato in anticipo sia il posto per l’auto che l’hotel, che è il decoroso B&B Les Suites.
La posizione è comoda e abbastanza centrale, incrociano molto vicine le due vie dello shopping, ovvero non storia ma griffe, mentre andando verso il mare incontriamo alcuni palazzi istituzionali e, in particolare, il teatro Petruzzelli, perfettamente risistemato dopo l’incendio di molti anni fa.

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La piazza su cui sorge il Petruzzelli è davvero maestosa: ampia, alberata, luminosa. Nonostante la presenza di qualche palazzo davvero brutto, l’impressione generale è di una certa, opulenta eleganza.
Il lungomare di Bari è riparato da un’alta muraglia, e non è accessibile. Le spiagge, immagino, sono da un’altra parte.

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Ci avviamo verso il centro storico, abbastanza ben tenuto e valorizzato, e soprattutto abitato da baresi purosangue, dove il dialetto impera e il carattere esuberante dei meridionali riempie gli spazi.


San Nicola di Bari è famoso all over the world. Scopriamo però che si tratta della Basilica di San Nicola, perchè la Cattedrale è dedicata a San Sabino: entrambe le chiese fanno risalire la loro fondazione poco dopo l’anno mille. Hanno subito numerosi restauri e cambiamenti, ma mantengono l’impronta romanica, austera, elegante, spirituale.

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Vale una piccola sosta anche la piccola chiesa di San Marco, altrettanto antica. Fondata dai veneziani spostati a Bari, ha una semplice facciata con un piccolo leone alato, e le immagini della Madonna del Pozzo tra San Marco e S. Antonio da Padova.

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Ritorniamo verso il mare guardando il teatro Margherita, una curiosa costruzione nata all’inizio del 1900, costruita su palafitte, che sembra sorgere dal mare.
C’è un bel sole, e prima di rientrare in camera per prepararci per la cena, ci abbronziamo un po’ su una panchina, osservando il passeggio dei baresi.
La serata si conclude magnificamente al ristorante Il Sale. Indovinate un po’ cos’è salato?